Medici Senza Frontiere, intervista a Francois Dumont

Medici Senza Frontiere, intervista a Francois Dumont

Intervista a Francois Dumont, direttore comunicazione di Medici Senza Frontiere.

Medici Senza Frontiere è un’organizzazione internazionale privata che si opera con l’obiettivo di portare soccorso sanitario ed assistenza medica nelle zone del mondo in cui il diritto alla cura non sia garantito. Conosciuta nel mondo semplicemente come MSF, è senza dubbio una delle associazioni umanitarie di riferimento nel panorama internazionale.

Noi abbiamo incontrato Francois Dumont, direttore comunicazione di Medici Senza Frontiere, per provare a conoscere meglio questa organizzazione attiva ormai dal 1971.

L’intervista

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Leggiamo sul vostro sito che MSF è stata fondata per merito di medici ma anche di alcuni giornalisti profondamente segnati dal genocidio che all’epoca (1971) stava avvenendo in Nigeria. Quanto è importante il contributo dell’informazione per una grande associazione che opera in tutto il mondo?

Per molti, MSF è sinonimo di équipe mediche d’emergenza che affrontano catastrofi, guerre ed epidemie in tutto il mondo. Non molti sanno che esiste qualcos’altro che facciamo: testimoniare quello che vediamo, raccontare quello che ci viene detto, accendere i riflettori su crisi che continuano nell’ombra e nel silenzio. La testimonianza pubblica fa parte della nostra identità e la consideriamo come una delle nostre responsabilità. Siamo convinti che, così come il soccorso medico, possa contribuire a salvare vite umane e alleviare le sofferenze delle popolazioni che aiutiamo.

Per fare alcuni esempi, nel 1985 abbiamo denunciato pubblicamente lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone da parte del governo etiope; nel 1994 abbiamo compiuto un passo senza precedenti: abbiamo chiesto un intervento armato internazionale, dichiarando: ‘Non potete fermare un genocidio con i dottori’; nel 2004 abbiamo richiamato l’attenzione del mondo sulla crisi del Darfur e nel 2005 presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz in Afghanistan, e la vera epidemia di attacchi sulle strutture sanitarie dalla Siria allo Yemen, abbiamo denunciato il fatto che gli ospedali, i medici e i civili siano diventati dei bersagli e richiesto alla comunità internazionale di rispettare il diritto internazionale umanitario.

  • Nel 1999, MSF ha ricevuto il Nobel per la Pace “in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico realizzato in vari continenti” e per onorare i medici che da sempre si battono per salvare più vite umane possibili. Oltre all’intervento medico, in quali altri modi vi battete contro le ingiustizie e la violenza che vi trovate a dover affrontare?

Le campagne di sensibilizzazione portate avanti negli anni, sono state e continuano ad essere un potente strumento per spingere governi e organismi internazionali ad agire o a cambiare le proprie politiche. Nel novembre del 1999, abbiamo utilizzato il Premio Nobel per avviare la nostra principale campagna di sensibilizzazione degli ultimi anni: la Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali. L’obiettivo è consentire alle popolazioni povere l’accesso ai Farmaci Essenziali, garantire cioè le cure anche a chi non può permettersi di pagare le medicine. L’accesso ai farmaci essenziali deve essere considerato un problema umanitario e la legge del profitto deve tenerne conto.

Il lavoro fatto con la Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali e, negli ultimi anni, la collaborazione con la Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi) hanno contribuito ad abbassare il prezzo delle cure per l’HIV/AIDS e stimolato la ricerca e lo sviluppo di farmaci per la cura della malaria e di malattie dimenticate quali la malattia del sonno e il kala azar.

Infine, in ordine cronologico, la campagna #Milionidipassi, lanciata in Italia nel 2015: mai come oggi la nostra azione medico umanitaria ci ha messo di fronte alla sofferenza e vulnerabilità di persone che abbandonano tutto ciò che hanno per salvarsi da conflitti, violenza e persecuzioni. Il fatto che oltre 65 milioni di persone al mondo siano costrette alla fuga non ci ha lasciato altra scelta, se non essere in movimento anche noi. La nostra campagna vuole essere uno strumento utile per accendere riflettori sulla sofferenza e i bisogni di queste persone; sul coraggio e la determinazione di chi porta loro il soccorso e le cure mediche di cui hanno bisogno; sulle responsabilità e i doveri di governi e attori non statali che dovrebbero garantire loro l’assistenza e la protezione cui hanno diritto.

  • Anche quest’anno siete impegnati in operazioni di ricerca, soccorso e assistenza medica nel Mediterraneo centrale. Dal 21 aprile, quando MSF ha cominciato le attività in mare per il 2016, le navi Dignity I, Bourbon Argos e Aquarius hanno soccorso 14.547 persone in oltre 100 operazioni (aggiornamento a ottobre 2016). In che modo effettuate queste operazioni? Quali sono le professionalità messe in campo?

L’aumento del numero di persone costrette a rischiare la vita in mare è una conseguenza della mancanza di canali legali e sicuri per migrare e richiedere asilo in Europa. Con la chiusura della rotta balcanica, il Mediterraneo centrale é oggi una delle poche vie possibili per migliaia di persone che cercano rifugio in Europa. Noi di MSF abbiamo deciso di non restare a guardare ma di impegnarci per portare il nostro soccorso medico-umanitario anche nel Mediterraneo. Un impegno riconfermato anche quest’anno In assenza di un meccanismo adeguato di ricerca e salvataggio proattivo. 

Le navi di MSF sono posizionate nelle acque a nord della Libia e impegnate nella ricerca di imbarcazioni che necessitano soccorso.

È il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo, che coordina le operazioni di soccorso nel Mediterraneo, a inviare le coordinate per effettuare il soccorso alle navi e – una volta effettuato il soccorso – a indicare il porto di sbarco. L’Italia ha una precisa responsabilità di soccorrere le barche in difficoltà che si estende anche al di fuori della propria area di competenza, allorquando riceve una richiesta di soccorso per la quale nessun altro si assume la responsabilità.

Il personale a bordo ha le competenze e l’equipaggiamento necessari per attività di primo soccorso e assistenza medica, e per trattare casi frequenti quali la disidratazione, l’ustione da benzina o carburante, l’ipotermia e le infezioni cutanee, principali bisogni medici emersi tra le persone soccorse dall’organizzazione già nel 2015. MSF si occupa inoltre di offrire un primo soccorso psicologico a bordo.

  • Il Centro Italia è stato colpito da un terremoto che ha provocato molte vittime e ingenti danni alle abitazioni e ai monumenti. Sulla base della vostra esperienza medico-umanitaria in contesti catastrofici, quali sono le modalità d’intervento più efficaci per intervenire in queste grandi catastrofi naturali?

In pochi minuti, eventi naturali come terremoti, tsunami e uragani riescono a seminare morte e distruzione tra intere popolazioni. Migliaia di persone possono rimanere ferite o traumatizzate dalla perdita di familiari, amici e delle proprie case. Spesso viene a scarseggiare anche l’acqua potabile e i trasporti sono limitati o inesistenti. Rispondere rapidamente segna per molti la differenza tra la vita e la morte.

Ma la risposta a una catastrofe naturale spesso va ben al di là della crisi immediata. La fase dell’emergenza – durante la quale un’organizzazione con MSF risponde offrendo operazioni chirurgiche, cure mediche, supporto psicologico, distribuzione di cibo e acqua potabile, offerta di un riparo – è spesso relativamente breve. Nel lungo periodo ci è capitato spesso di dover contenere e limitare la diffusione di malattie infettive, ristabilire il sistema sanitario e sostenere le persone che avevano perso le loro case e stavano vivendo in rifugi di fortuna.

È il caso del terremoto del 2010 ad Haiti, ad oggi la più grande risposta a un’emergenza mai realizzata da MSF. La catastrofe ha ucciso 220.000 persone, lasciandone un milione e mezzo senza casa e distruggendo il 60% delle strutture sanitarie, inclusi due dei nostri ospedali. In 10 mesi abbiamo curato 350.000 pazienti, eseguito 16.000 operazioni chirurgiche, e nei primi 3 mesi dell’epidemia di colera abbiamo curato il 60% dei casi diagnosticati in tutto il Paese.

In qualunque momento e in diverse parti del mondo abbiamo operatori umanitari esperti pronti a partire. Nelle zone colpite dalle catastrofi inviamo personale medico qualificato, logisti ed esperti per la potabilizzazione dell’acqua. Nel corso degli anni abbiamo rinforzato e migliorato le nostre capacità logistiche. Parte delle donazioni che riceviamo ogni anno, vengono accantonate in un “Fondo per le Emergenze”. Quando si presenta la necessità di intervenire velocemente, possiamo attingere a queste risorse e ridurre ancora di più i tempi di intervento.

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